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Chi è il mio prossimo? Domenica 15 Luglio 2007 :: XV Domenica del Tempo Ordinario - Anno C

Domenica 15 Luglio 2007 :: XV Domenica del Tempo Ordinario - Anno C

Chi è il mio prossimo?..Nella parabola del buon samaritano

Nella parabola del buon samaritano Gesù ci presenta un esempio meraviglioso di amore verso il prossimo, anzi verso il nemico. Come il dottore della legge, anche noi siamo tentati a volte a chiederci: Chi è il mio prossimo? Siamo pronti a dimostrarci pieni di preoccupazione per le persone lontane, per i bisognosi del mondo, per combattere la fame nei vari continenti... senza poi accorgerci che intorno a noi, forse tra i nostri familiari o parenti vi sono di quelli ai quali neghiamo amore, aiuto e comprensione. È facile amare chi è lontano che non disturba la nostra vita... ma quanto è difficile donarci disinteressatamente a chi vive al nostro fianco che con le proprie esigenze potrebbe portare pesanti cambiamenti ai nostri programmi di vita. Voglia il Signore aprirci gli occhi! Ogni uomo è nostro prossimo perché figlio dello stesso Padre, ma la nostra carità e comprensione deve iniziare in famiglia, nella comunità, tra i parenti, nelle nostre associazioni, in parrocchia e così estenderci sempre di più in tutte le direzioni.

Non solo il termine ma anche il concetto di amore

Il termine 'prossimo' è sempre stato oggetto di interpretazioni ambivalenti ed è stato suscettibile di diverse interpretazioni. Nell'Antico Testamento esso si riferisce esclusivamente ai membri della comunità del popolo eletto, ai connazionali e a quanti non erano estranei all'appartenenza ad Israele. Nel giudaismo ai tempi di Gesù viene ad indicare colui che appartiene allo stesso gruppo o alla stessa estrazione sociale, e pertanto diventa assai riduttivo e circoscritto.
Qual è l'interpretazione che Gesù attribuisce al termine?
Occorre innanzitutto considerare che il significato della parola 'prossimo' è per lui molto importante, visto che essa viene messa in relazione alla legge universale dell'amore e pertanto è urgente chiarirne il significato.
Gesù si sofferma attraverso questa parabola famosissima in cui avviene che un uomo, transitando da Gerusalemme a Gerico incappa nei briganti, restando ferito e riverso sulla strada senza che nessuno lo soccorra. Un levita e un sacerdote erano coloro che, nell'Antico Testamento erano preposti all'organizzazione del culto del Signore e si occupavano del tempio e dei sacrifici; ci si sarebbe aspettati che questo pover'uomo ricevesse almeno una minima attenzione da persone così qualificate che dovevano ben conoscere l'amore di Dio nei confronti (proprio) dei connazionali e degli amici. Eppure avviene che essi pur vedendolo, cioè pur prendendo coscienza del suo stato di urgente bisogno, passano oltre trascurando il minimo ricorso di assistenza.
Un Samaritano era invece considerato fra i membri di una categoria impura e deprezzabile; fra Giudei e Galilei vi era sempre stato attrito, scontro e indifferenza e la Samaria era considerata territorio reietto e impuro, sul quale ci si rendeva immeritevoli perfino a transitare. Ebbene, un uomo della Samaria, che di per sé avrebbe dovuto provare ribrezzo nei confronti di questo malcapitato rallegrandosi del suo stato di grave necessità, mostra molta più attenzione di un Israelita di classe elevata: ne ha compassione, si china, fascia le sue ferite versandovi olio e vino; quindi lo carica sulla sua cavalcatura e lo conduce in una locanda affidandolo all'albergatore. Vi torna la mattina seguente per effettuare il pagamento dell'ospitalità di quel povero sfortunato riservandosi di ritornare successivamente in quella locanda qualora vi fossero state delle differenze in denaro da pagare. Nel frattempo, essendo lui un Samaritano, avrebbe potuto attirare su di sé l'odio e l'inimicizia dei gerosolimitani (è probabile che siamo ancora nel territorio di Gerusalemme) rischiando che questi lo uccidessero o riducessero anche lui a mal partito, tuttavia non considera questa possibilità né vi tiene conto, perché oggetto della sua attenzione è quell'uomo sventurato incappato nei briganti.
Questa parabola è sufficiente a spiegare chi è il prossimo DI COLUI che è incappato nei briganti e a delineare che il concetto di prossimo non è affatto riduttivo poiché si estende a tutti i membri delle comunità umana e della società: prossimo è chiunque ci si trovi accanto e potremmo affermare che si identifichi con 'il più vicino', non importa la sua razza, etnia, religione. Il prossimo è in modo particolare il nemico che non va considerato più tale, l'avversario solitamente oggetto delle nostre distanze che diventa oggetto d'amore. In parole povere, il prossimo è chiunque ci stia intorno, dal fratello carnale, al vicino di casa fino al nostro nemico acerrimo.
Il prossimo è sempre soggetto di amore e di conseguenza può diventarne anche l'oggetto.
Dicevamo infatti all'inizio che la chiarificazione del termine a cui giunge Gesù è necessaria affinché si comprenda il senso dell'amore: in effetti Gesù estingue definitivamente un dubbio ancora più urgente ad essere risolto rispetto al concetto di prossimo visto che il Comandamento di vita di cui al libro del Deueteronomio impone che si ami il nostro prossimo come noi stessi. Ne deriva allora che la dinamica dell'amore vuole che esso si estenda a tutti universalmente, senza limitazioni, ritrosie o ristrettezze di sorta. Il prossimo da amare è l'uomo in tutte le sue dimensioni e soprattutto il nemico, quindi si conclude che l'amore non deve avere confini ma poiché riversato con abbondanza in ciascuno dei nostri cuori da parte di Dio (Paolo) va esteso senza distinzioni a tutti evitando ogni limitazione.
Al giorno d'oggi il termine 'prossimo' è ancora da riscoprire nella sua relazione necessaria con l'amore universale verso gli altri, soprattutto perché ancora non si è giunti a concepire il valore della dignità dell'altro come uomo nostro pari indipendentemente dalla sua appartenenza etnica e religiosa. Alla matrice dei conflitti anche su scala mondiale vi è infatti il mancato riconoscimento dei diritti della persona e la sottovalutazione del rispetto dovuto all'altro nelle sue necessità e soprattutto è urgente che si scongiuri ogni forma di discriminazione razziale e che la violenza non sia ingenerata dall'odio congenito verso popoli, gruppi, culture e credi religiosi e che si riscopra la valorizzazione delle differenze culturali e religiose che sono un comune arricchimento piuttosto che non un ostacolo.
Come affermava Giovanni Paolo II, 'Se vuoi la pace, rispetta la coscienza di ogni uomo' perché abbiano fine gli odierni conflitti fra Giudei e Samaritani che molto spesso insanguinano le nostre strade destabilizzando la serenità dei popoli.

Padre Gian Franco Scarpitta

 
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Autore: StaffBlog  (Admin)    Data: 14-07-2007   18:17:43
 
 


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